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Fotografo per trattenermi

Ho sempre avuto fretta. 

Non la fretta che ti fa correre per non perdere il treno, ma quella fretta più profonda, sotterranea, quella che ti rosicchia da dentro. Come se ogni emozione, ogni pensiero, ogni desiderio dovesse subito trovare forma. Subito un’immagine, subito un progetto, subito un risultato.

Mi muovo spesso così: intuizione - azione.

Il tempo dell’attesa, dell’elaborazione, dell’incubazione mi è sempre sembrato una perdita. Eppure è proprio lì che vive la fotografia: nella pausa, nell’osservazione, nel dettaglio minuscolo che richiede tempo per farsi notare.

È paradossale: amo fotografare, ma la fotografia mi obbliga a rallentare, a stare e restare. E questa frizione nel tempo mi ha raccontato e continua a raccontarmi più di quanto avrei mai pensato.

Fotografo perché voglio vedere. Eppure, spesso, scatto per non sentire. Come se poter trasformare una sensazione in un’immagine mi permettesse di tenerla a distanza.

Ma poi l’immagine resta, mi guarda. E mi dice tutto quello che avevo provato a zittire. Da questo paradosso deriva la mia contraddizione. Mi contraddico, costantemente.

Ci sono giorni in cui voglio l’ordine, la pulizia visiva, il rigore della simmetria. Altri in cui cerco il disordine, il mosso, il rumore.

A volte voglio il minimalismo di uno sfondo neutro, altre voglio la pelle nuda, la luce cruda, il dettaglio imperfetto.

Una volta questa incoerenza mi disturbava, mi faceva sentire instabile. Pensavo fosse un errore, una mancanza di identità.

Ora la vedo per quello che è: una testimonianza del mio movimento. Un modo per accogliere tutte le mie versioni, anche quelle che si contraddicono. Un segno che non sono ferma ma che cambio, che ascolto. Perché l’incoerenza, se è autentica, è solo l’effetto di un ascolto profondo del corpo, delle emozioni, del momento. Del non voler fissare un’identità solo perché funziona, ma del lasciarsi cambiare.

Fotografo per restituirmi, per specchiarmi. Per deformarmi, se serve.

Fotografo per capire se quella cosa che sto provando è vera; e se non la riconosco, scatto comunque. A volte la comprensione arriva dopo.

© Greta Contardi


C’è chi chiama equilibrio ciò che non si muove. Io lo immagino come un ondeggiare sottile, come una camminata su una linea invisibile. La macchina fotografica è il mio bastone del funambolo. Non mi tiene ferma, ma mi aiuta a muovermi senza cadere del tutto.

Ho smesso di voler essere coerente. Preferisco fluttuare nella mia evoluzione, talvolta anche involuzione. In continua riscrittura, in bilico. Con tutti i miei cambi di direzione, i miei sbalzi d’umore estetico, i miei tentativi e i miei rifiuti.

E ho smesso, forse, di volere tutto e subito, perché il tempo – quello vero – serve. Serve per farsi attraversare, per non saltare le tappe, per non bruciare l’intuizione in uno scatto qualunque.

Fotografo per trattenermi.
Per restare un attimo in più.
Per concedermi il tempo che in alcuni momenti non so dare a nient’altro.
Perché alla fine, l’unica cosa che voglio davvero subito è sentirmi viva.

E fotografare è il mio modo più veloce per arrivarci.

Greta Contardi @gretacontardi
 
  

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