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Nostalgia analogica: cross-processing

Ciao a tutti,
torniamo a parlare di fotografia analogica e degli esperimenti meno convenzionali che si possono fare con le pellicole. Dopo aver provato a trasformare i negativi a colori in redscale, vorrei parlare di un’altra tecnica non convenzionale: il cross-processing. Questo termine inglese, spesso abbreviato come “x-pro”, si nota come tag sotto a diverse immagini reperibili su internet, quasi sempre foto dai colori insoliti e stravaganti. Ma cosa significa esattamente?



Fujifilm Velvia 100



Ogni tipo di pellicola necessita di uno specifico processo di sviluppo, che prevede l’utilizzo di determinati agenti chimici e una durata di tempo precisa. Se per i negativi in bianco e nero ci sono alcune possibilità di personalizzare il processo, ottenendo differenti risultati, per i negativi a colori e le diapositive le tecniche sono per lo più standardizzate: i negativi a colori utilizzano il procedimento identificato dalla sigla C41; le pellicole per diapositive seguono invece un processo denominato E6, differente da quello utilizzato per i negativi.


Kodak Ektachrome 64T



Si parla di cross-processing quando, invece che sviluppare una pellicola con il suo specifico processo, si sceglie di adottarne uno differente. Ad esempio, lo sviluppo delle diapositive a colori tramite il procedimento C41 per negativi, lo sviluppo delle pellicole negative in E6, oppure quello di negativi a colori con le procedure per il bianco e nero.
In ogni caso, l’esperimento più diffuso è quello svolto con pellicole per diapositive scadute e sviluppate come negativi a colori. Il motivo è dovuto agli alti costi del procedimento E6; i risultati con una pellicola scaduta potrebbero non ripagare la spesa. Di conseguenza, si sceglie il C41, molto più economico.
Ora però vi starete chiedendo: cosa succede a una diapositiva sviluppata seguendo le procedure per i negativi a colori?


Kodak Elitechrome 100
 
 
Le diapositive sono note per gli elevati standard qualitativi: grana impercettibile e colori vibranti, fedeli alla realtà; queste cose però sono vere solo se vengono sviluppate secondo il procedimento corretto, che permette di ottenere immagini già in positivo su un supporto trasparente, pronte per essere visionate tramite un proiettore. Se invece le sviluppiamo in C41, oltre a ottenere delle immagini in negativo, dovremo dimenticarci dei suddetti standard qualitativi: le foto che usciranno avranno contrasti esasperati, con ombre molto scure e alte luci sparate. La grana sarà più visibile, talvolta anche invadente, mentre i colori tenderanno a discostarsi dagli originali: le immagini avranno dominanti nette e in certi casi le tonalità verranno proprio stravolte. Questo ultimo aspetto, decisamente interessante, è quello che ha reso il cross-processing una tecnica ben conosciuta e praticata dai lomografi. La lomografia è una corrente artistica che non cerca il massimo realismo, ma si concentra su un certo tipo di estetica “imperfetta”, facendo anche uso di pellicole scadute e di tecniche come quella di cui stiamo parlando.
Le foto di esempio allegate all’articolo possono dare un’idea dei risultati che potremo aspettarci; a influire su di essi saranno principalmente le tipologie di pellicole utilizzate, poiché alcune reagiscono al cross-processing in modo più evidente di altre. Poi vi saranno da mettere in conto fattori come le condizioni di luce della scena e la nostra precisione nel calcolare l’esposizione. Avranno infine il loro peso anche altre incognite, come lo stato di conservazione della pellicola e l’abilità del laboratorio a cui ci rivolgiamo.


Fujifilm Velvia 50



Nel processo C41 la diapositiva subisce un certo sovrasviluppo, che potrebbe portare a immagini con le alte luci bruciate. Per evitare questo, in fase di scatto può essere utile applicare una certa sottoesposizione, o comunque evitare di sovraesporre. Trattandosi però di diapositive, la gamma dinamica entro cui operare è decisamente più risicata e in alcune situazioni sarà praticamente impossibile ottenere immagini ben esposte sia nelle alte luci che nelle ombre. Oltretutto, se si usano pellicole scadute da molto tempo, le stesse potrebbero aver subito anche una perdita di sensibilità. Capirete quindi che in questa tecnica l’esposizione è una questione molto dibattuta: alcuni consigliano di sovraesporre, altri di sottoesporre. Ovviamente a seconda della scelta che faremo, avremo immagini anche molto diverse fra loro, sebbene vengano realizzate con la stessa pellicola
Per compensare l’eccesso di contrasto dovuto al cross-processing, potrebbe essere utile evitare scene che abbiano un forte contrasto già di loro; un’idea potrebbe essere, ad esempio, quella di escludere il cielo quando gran parte della scena è in ombra.
 
 
Kodak Ektachrome 64T
 
 
Va detto che, anche quando l’esposizione non è perfetta, non sempre i risultati sono da buttare; certe immagini con le alte luci sparate al limite della bruciatura possono risultare perfino accattivanti: ritratti con la pelle del soggetto che appare quasi eterea, paesaggi con cieli di un blu saturo e nuvole bianchissime. Oppure immagini pesantemente sottoesposte, che giocano tutto sul contrasto fra un colore predominante e il nero. Per questo motivo vi è chi sceglie deliberatamente di non effettuare troppi controlli sull’esposizione, usando fotocamere “giocattolo” estremamente semplificate che, oltre a rendere i risultati più casuali, aggiungono i caratteristici difetti delle loro ottiche in plastica.


Fujifilm Velvia 100


Sia che vi attiri la casualità delle toy-camera o che preferiate fare le cose con precisione, vi raccomando di provare questa tecnica se ancora non l’avete fatto. Potrebbe essere un’idea per quelle situazioni in cui non potete dedicarvi al genere fotografico preferito o, più semplicemente, se volete provare qualcosa di diverso.
Quello che vi serve è una pellicola per diapositive scaduta; non è semplice trovare buoni affari, ma non bisogna scoraggiarsi: perseverando con le ricerche qualche offerta ragionevole si trova. L’ideale sarebbero pellicole scadute da pochi anni, ma tutto dipende dalla vostra disponibilità a sperimentare.
Cosa importantissima, a meno che non le sviluppiate voi stessi, è di ricordare al laboratorio la scelta di far trattare le pellicole in C41, altrimenti questo adotterà il procedimento E6 addebitandovi i relativi costi…


Fujifilm Velvia 50


Concludo questo articolo esortandovi a sperimentare e a non scoraggiarvi se i primi risultati non vi sembrano appaganti. Oltre a dover mettere in conto una certa componente di casualità, solo l’esperienza sul campo vi porterà a conoscere i vari tipi di pellicole e a farvi un’idea del loro comportamento nel cross-processing.

A presto! 

Alessandro "Prof. BC" Agrati  @agratialessandro


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