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La fotografia di Miroslav Tichy: tra imperfezione e voyeurismo

Alla storia della fotografia hanno contribuito, e contribuiscono, persone di ogni sorta; tra questi si possono annoverare tanto individui, per così dire, “regolari”, che affiancano alla loro attività tranquille esistenze borghesi, sia personaggi decisamente fuori dagli schemi, che incarnano un po’ lo stereotipo dell’artista bohemien.
A ricadere senza dubbio in questa ultima categoria è Miroslav Tichy (1926-2011), la cui produzione fotografica è stata resa nota in tempi relativamente recenti. 



Nato nei pressi di Kyjov, nell’attuale Repubblica Ceca, fin dalla gioventù sviluppò interesse per la pittura, frequentando l’Accademia di Belle Arti a Praga. Ma le sue aspirazioni artistiche subirono un duro colpo con l’arrivo al potere dei comunisti nel 1948; il cambiamento politico si estese all’Accademia, con la rimozione dei professori non allineati al regime e modifiche dei programmi di studio: agli aspiranti artisti veniva richiesto di adeguarsi al Realismo Socialista, lo stile artistico ufficiale del nuovo governo, dipingendo eroici lavoratori e altri soggetti di propaganda. 
Tichy non volle adeguarsi, così lasciò l’Accademia. Tornò quindi a vivere dai genitori a Kyjov e riprese a dipingere, unicamente per sé stesso, nel proprio stile ispirato dal modernismo del periodo fra le due guerre. 


Visto dal regime come un dissidente, era tenuto sotto sorveglianza e fu spedito anche in clinica psichiatrica. Il suo comportamento era totalmente opposto ai canoni del partito: non lavorava e passava il tempo a girovagare o a prendere il sole, quando non dipingeva.
Verso gli anni ‘60 iniziò fregarsene del proprio aspetto, lasciandosi crescere barba e capelli e indossando sempre gli stessi vestiti logori. Più o meno nello stesso periodo si avvicinò alla fotografia. Ma si trattava di un’attività secondaria, il suo interesse principale restava la pittura. Nel 1972 la casa dove egli risiedeva e dipingeva venne però espropriata e le sue opere furono gettate per strada. Questo fu indubbiamente un duro colpo per lui, che lo portò a cambiare il modo con cui esprimere la propria arte. Da allora infatti, ebbe inizio un periodo in cui praticherà esclusivamente la fotografia, tramite un approccio del tutto personale: egli infatti ricercava immagini che avessero caratteristiche simili a quelle delle sue tele. A Tichy non interessavano le fotografie ben definite e i dettagli più fini; al contrario, ricercava qualsiasi tipo di imperfezione, dal mosso alle infiltrazioni di luce, che potessero rendere l’immagine fotografica più simile a un dipinto.
Per ottenere questo risultato, adoperò un’attrezzatura particolare: macchine fotografiche, obiettivi, accessori per sviluppo e stampa erano totalmente autoprodotti. Le fotocamere erano costruite con del compensato, sigillato tramite l’asfalto stradale, con l’otturatore azionato da meccanismi ad elastico. In altri casi modificava macchine fotografiche rotte, trovate chissà dove. Gli obiettivi erano costituiti da tubi di plastica o cartone, le lenti erano ritagliate da fogli di plexiglas e lavorate tramite carta abrasiva, lucidate poi con dentifricio e cenere di sigaretta. 


Andandosene in giro per Kyjov vestito di stracci, con qualcosa che sembrava una fotocamera finta, Tichy scattava decine di foto ogni giorno. Per risparmiare sulla pellicola, utilizzava quella da 60mm, ritagliandola in camera oscura nel senso della lunghezza.
Tra tutti i soggetti fotografati, ve n’era uno ricorrente: donne. Riprese mentre camminavano per strada, oppure intente a prendere il sole nella piscina pubblica (dove egli non veniva fatto entrare). Donne intente a fare la spesa, o a svolgere qualche lavoro. Donne vestite, poco vestite o nude, per quanto si possa capire dalla scarsa nitidezza dei suoi scatti. Donne riprese a figura intera, oppure frammenti, parti del corpo tagliate in malo modo da un’inquadratura imprecisa e veloce. Tichy non chiedeva il permesso per fotografare, scattava e basta: a volte la gente lo credeva matto, per il suo strano aspetto. Si dice che alcune ragazze da lui ritratte, non credendo che la fotocamera funzionasse per davvero, si mettessero in posa per prenderlo in giro. Nella maggior parte dei casi non si accorgevano di lui, poiché le fotografava a distanza usando dei rudimentali teleobiettivi.
L’attrezzatura utilizzata ovviamente influenzava in modo significativo la qualità delle foto, che risultavano fuori fuoco, piene di graffi, esposte in modo approssimativo e via dicendo. In alcuni casi le immagini ottenute ricordano in effetti un dipinto: del soggetto si intuiscono solo le forme, lo sfondo è evanescente mentre i graffi e le infiltrazioni di luce ricordano i tratti di un pennello.
Riguardo al suo stile, Tichy affermava: “Il tuo pensiero è troppo astratto! La fotografia è percezione, sono gli occhi che intravedi e succede così velocemente che potresti non vedere proprio nulla! Per raggiungere questo, ti serve innanzitutto una pessima macchina fotografica!” 


La presenza di Tichy in giro per Kyjov veniva più o meno tollerata, tranne quando dovevano svolgersi delle feste pubbliche: allora due poliziotti venivano a prenderlo il giorno prima e lo portavano in clinica psichiatrica, dove Tichy veniva momentaneamente “normalizzato”: lavato, vestito con abiti puliti e rilasciato a festività terminata. Poi la storia continuava. Le autorità non riuscivano a trovare un modo per toglierlo dalla strada definitivamente, ed egli tornava sempre a farsi notare, come una nota stonata durante un concerto.
Nel 1985 la sua attività fotografica cessò, ed egli riprese a dedicarsi al suo primo amore, la pittura.
I suoi scatti, stampati tramite un rudimentale ingranditore, ritagliati in modo impreciso, venivano accatastati un po’ alla rinfusa, senza troppa cura. Tichy necessitava di esprimersi artisticamente per vivere, ma non si impegnava per nulla a conservare la propria produzione. Fortunatamente, il suo lavoro non era del tutto sconosciuto: un ex vicino di casa, Roman Buxbaum, che era fuggito in Svizzera tempo prima, ritornò a Kyjov nel 1981 grazie al suo passaporto estero. Venuto a sapere dell’attività fotografica del suo conoscente, tramite alcuni scatti che lo stesso Tichy gli aveva regalato, decise di raccogliere tali opere, comprandone e acquisendone il più possibile. Nel corso di 25 anni accumulò una vera e propria collezione e nel 2004 realizzò un documentario: Miroslav Tichy: Tarzan retired, che rese noto l’autore al pubblico.
Le opere vennero quindi esposte a Siviglia nello stesso anno, e Buxbaum creò una fondazione per preservare ed esibire i lavori di Tichy.
Se l’interesse di Buxbaum indubbiamente contribuì a salvare e far conoscere le opere di Miroslav Tichy, i rapporti tra l’eccentrico artista e il suo scopritore non tardarono a guastarsi. Tichy accusava l’ex vicino di casa di aver sfruttato i suoi lavori per lucrare, pertanto tagliò ogni legame con la fondazione creata da Buxbaum.


Tichy morì nel 2011, avendo goduto negli ultimi anni di una certa fama, ma restando nel profondo sempre un outsider. La sua produzione fotografica è incentrata su due caratteristiche fondamentali: l’imperfezione, dovuta a un’attrezzatura rudimentale, che sembra strizzare l’occhio ai sostenitori della fotografia “lo-fi”, e la presenza preponderante di soggetti femminili.
Se sulla “poesia dell’imperfezione” sono stati scritti fiumi di parole, vorrei portare la riflessione su altri aspetti della sua attività artistica, per esempio il fatto che essa sia stata ottenuta in gran parte grazie a scatti rubati.
Indubbiamente tali foto al giorno d’oggi creerebbero qualche problema di tipo legale all’artista, che si vedrebbe negata la possibilità di esporle o lucrarci in altri modi. Questo discorso però è applicabile anche a gran parte degli scatti di altri autori, ben più famosi di lui: per dirne uno, Henry Cartier Bresson. 
 

Parlando di Tichy, vi è però un altro aspetto da considerare: quella che sembra essere una vera ossessione per il corpo femminile. Guardando alcune delle sue foto vengono in mente quei film in cui qualcuno spia dal buco della serratura una donna intenta a spogliarsi. Viene quindi spontaneo chiedersi se Miroslav Tichy fosse un voyeur.
Per rispondere, bisogna considerare anche il contesto in cui viveva: una società dove il potere politico controllava tutto, e se qualcuno era scomodo, lo si poteva facilmente accusare e imprigionare.
Un comportamento da guardone, che spia e insegue le donne spinto da interesse erotico ossessivo, spaventandole e creando problemi di ordine pubblico, avrebbe sicuramente fornito alle autorità la motivazione perfetta per chiudere il già malvisto Tichy in una clinica psichiatrica a lungo termine, facendolo sparire dalla strada.
Evidentemente il suo comportamento nei confronti delle donne che fotografava non fu mai molesto ne ossessivo; i suoi concittadini lo consideravano un soggetto eccentrico ma innocuo.
Bisogna però anche osservare che buona parte dei suoi scatti vennero realizzati a totale insaputa dei soggetti, tramite l’uso del teleobiettivo; inoltre, la sua produzione fotografica restò ignota al pubblico fino a tempi piuttosto recenti.
E quindi, tornando alla domanda: Tichy era un voyeur? Si potrebbe rispondere che non lo era. Oppure, se lo era, che fu molto furbo e abile a mascherare la sua ossessione dietro motivazioni artistiche. 


Comunque la si pensi, questo artista vissuto ai margini della società è indubbiamente affascinante e ci mostra ancora una volta che per produrre scatti interessanti, non è tanto l’attrezzatura utilizzata che conta, ma l’aver chiaro il risultato che si vuole ottenere. Vi invito ad approfondire la figura di questo fotografo, che non può ancora annoverarsi tra i più conosciuti, e a visionare i suoi scatti. Fatemi sapere cosa ne pensate!
A presto!

Alessandro “Prof BC” Agrati @agratialessandro


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