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Il sensazionalismo nella fotografia: informazione, emozione e responsabilità

La fotografia è da sempre uno strumento in grado di raccontare gli eventi in modo immediato e potente. Fin dal suo avvento, le immagini che hanno suscitato emozioni intense, influenzato l'opinione pubblica e contribuito a cambiare la percezione degli eventi storici si sono susseguite senza sosta. Le reazioni emotive del pubblico costituiscono, per così dire, gli effetti collaterali di una fotografia, che possono prescindere dalla volontà di chi l'ha scattata.
Tuttavia, quando l'obiettivo principale dell'autore diventa quello di colpire lo spettatore a ogni costo, si parla di sensazionalismo: una tendenza a enfatizzare gli aspetti più drammatici, scioccanti o spettacolari, sfruttando le reazioni del pubblico per ottenere visibilità, fama o altri obiettivi personali.

© AP photo - Nick Ut

Vi sono numerosi esempi di immagini diventate celebri anche per il loro impatto emotivo. Tra le più note possiamo citare "Migrant Mother" (1936) di Dorothea Lange, simbolo della povertà durante la Grande Depressione negli Stati Uniti. Un altro esempio è "Napalm Girl" (1972), realizzata da Nick Ut, che mostra la fuga della piccola Kim Phúc dopo un bombardamento durante la guerra del Vietnam. L'immagine contribuì a rafforzare il movimento di opposizione al conflitto. 
Alcune immagini hanno però alimentato il dibattito sui limiti che debba avere il fotografo, stretto tra il diritto di cronaca e il rispetto per la dignità delle persone: per esempio "The Vulture and the Little Girl" (1993) di Kevin Carter, mostra una bambina denutrita osservata da un avvoltoio durante la carestia in Sudan; sebbene la fotografia vinse il Premio Pulitzer, il suo autore fu criticato per aver documentato la scena senza intervenire. Celebre è anche il caso di "The Falling Man" (2001) di Richard Drew, che ritrae un uomo mentre precipita da una delle Torri Gemelle durante gli attentati dell'11 settembre. 

© Kevin Carter

Senza voler scomodare i grandi autori, si può citare anche il fenomeno dei "paparazzi", fotografi d'assalto disposti a tutto per immortalare personaggi più o meno famosi in situazioni imbarazzanti, o comunque atte a suscitare pettegolezzi. Per ottenere i loro scatti i paparazzi non esitavano a mettere in atto azioni oltre il limite del lecito, introducendosi all'interno di proprietà private in modo clandestino per trovare una postazione adatta alle riprese. Il rapporto col soggetto era improntato alla vera e propria molestia, poiché lo inseguivano durante i suoi spostamenti e cercavano in tutti i modi di mettere a nudo la sua vita privata. Negli ultimi anni, questo genere di fotografi si è un po' ridotto, grazie anche a leggi e regolamenti più stringenti che tutelano la privacy. Tuttavia, il fenomeno dei paparazzi ha lasciato uno strascico in certe tendenze che ora possiamo vedere in rete.

Paparazzi in una scena del film: "La Dolce Vita"

Negli ultimi vent'anni, a causa della diffusione di Internet e dei social network, le fotografie sensazionaliste hanno trovato un'enorme diffusione. Milioni di immagini vengono condivise ogni giorno e la velocità con cui circolano spinge a proporre contenuti sempre più spettacolari, capaci di ottenere visualizzazioni, "like" e condivisioni. In questo contesto, il rischio è che il valore informativo di una fotografia venga sostituito dalla sua capacità di generare reazioni emotive immediate. Ne troviamo alcuni tragici esempi in quelle bravate fatte da gruppi di ragazzini che mettono a repentaglio la loro vita nel tentativo di scattare foto "estreme", per esempio un selfie sul ciglio di un burrone. In buona sostanza, il valore di una foto viene misurato unicamente in base alla sua capacità di impressionare, confidando che sarà questo a permetterle di sfruttare al meglio l'algoritmo e farsi vedere da tutto il mondo.

 
Immagine creata con AI

Abbiamo quindi visto che le guerre, le catastrofi naturali, gli incidenti e perfino la vita privata delle persone diventano spesso oggetto di immagini diffuse senza il necessario contesto. L'uso di programmi di fotoritocco e, più recentemente, dell'intelligenza artificiale, permette poi facilmente l'alterazione delle foto o, addirittura, la creazione di immagini realistiche, aumentando il rischio di disinformazione e manipolazione.
Intendiamoci, il sensazionalismo a volte può servire a sensibilizzare l'opinione pubblica su temi importanti, ma a voler essere pignoli e a fare una quantificazione di tutte le volte in cui il sensazionalismo è utile oppure negativo, a mio parere la maggior parte delle situazioni ricade in quest'ultima casistica. Questa tendenza rischia di trasformare il dolore e la sofferenza in meri spettacoli destinati a ottenere consenso e visibilità, togliendo importanza a tutte le altre componenti di una fotografia. 
Sarebbe fondamentale che fotografi, giornalisti e pubblico sviluppino il senso critico ed etico, imparando a distinguere tra immagini che informano con responsabilità e quelle che invece cercano soltanto di impressionare; non potendo però aumentare il livello d'intelligenza e di responsabilità delle persone coinvolte, l'unica soluzione seria potrebbe essere una legislazione più stringente sull'utilizzo improprio delle immagini. 
Alla prossima reflexione! 
 
 Alessandro “Prof BC” Agrati @agratialessandro
 
 

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