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Il rapporto con la realtà

La fotografia è la realtà? O meglio, l’immagine colta dall’apparecchio fotografico corrisponde a ciò che il fotografo ha realmente visto?


Photo by Andreas Kind on Unsplash

Nel XIX secolo, quando la fotografia muoveva i primi passi, la fede nel progresso portava a considerare qualsiasi prodotto dell’ingegno umano (e quindi anche la macchina fotografica) come uno strumento al servizio della conoscenza e della verità. Ma questa sorta di moderna religione ebbe vita breve; nell’epoca attuale si tende invece a mettere in discussione tutto, anche ciò che può sembrare più vero della realtà. Sicuramente tra fotografia e realtà vi è qualche tipo di relazione, già per il semplice fatto che la fotografia ha bisogno della realtà per trasformarla in immagine.
Se mio figlio mi chiedesse di spiegargli com’è fatta una mucca, soddisferei probabilmente la sua curiosità mostrandogli un animale dal vivo; qualora la sua curiosità fosse però diretta verso un animale selvatico, difficilmente potrei soddisfarla portandolo, ad esempio, nel bosco in cerca di un orso. Gli mostrerei invece una foto dell’animale in questione e sono certo che, se dovesse incontrarlo, lo saprebbe riconoscere. In questo senso la fotografia è correlata alla realtà

Questo è un orso. (Photo by Becca on Unsplash)

Ci si domanda però quali dinamiche abbia questa relazione. Molti fotografi del secolo scorso si sono posti il problema; Luigi Ghirri diceva che tra quel che si vede nella realtà e ciò che appare in una fotografia c’è sempre uno scarto, dovuto alla rigidità della fotocamera. Gli obiettivi possono ingrandire dettagli non visibili immediatamente, oppure rimpicciolirli; i colori non sono necessariamente gli stessi che vediamo.
Ci sono poi altri aspetti, che differenziano il modo in cui percepiamo la realtà rispetto a come essa appare in fotografia. Tanto per cominciare la vista umana è binoculare, con gli occhi che possono muoversi per fornire al cervello la percezione di uno spazio molto più esteso del loro semplice campo visivo. La visione periferica ci permette di cogliere quasi tutto ciò che avviene intorno a noi. Oltretutto la vista non è l’unico senso che abbiamo; essa lavora in coordinazione con gli altri sensi, ad esempio con l’udito. Quando udiamo un forte rumore ci voltiamo d’istinto a guardare nella direzione da dove proviene. Questo tipo di percezione è del tutto assente in fotografia.

Se guardiamo attraverso il mirino di una fotocamera, notiamo come ciò che è estraneo al campo visivo dell’obiettivo viene totalmente escluso. La fotografia tende a ritagliare la realtà ed estrapolare parti di essa. L’abilità del fotografo sta quindi nell’effettuare una scelta tra gli elementi da inserire nell’inquadratura e quelli da escludere; una scelta corretta permette certo di valorizzare un pezzo di realtà, un dettaglio che magari sarebbe passato inosservato ai più. Si tratta però pur sempre di ritagliare una parte dal tutto.
Molte riflessioni sono state fatte sulla condizione del fotografo, costretto a scegliere quale porzione di realtà mostrare, ma ancora più interessante è, a mio parere, l’impatto che l’immagine fotografica può avere sul pubblico.
A un osservatore privo di cultura fotografica, le foto appaiono gradevoli o sgradevoli a seconda delle emozioni che suscitano. Si tratta di una visione istintiva, ma è quella più diffusa. La conseguenza diretta è che molti fotografi sono spinti a creare immagini forti, in grado di suscitare una reazione immediata nel pubblico, per poterle vendere più facilmente.
La reazione istintiva dell’osservatore nei confronti di una foto intraprende poi un processo di razionalizzazione, dando vita a tutta una serie di costruzioni mentali.

Questa foto può dirvi molto più di quel che mostra...

In un articolo di qualche tempo fa avevo riflettuto su come le immagini che vediamo nel corso della vita contribuiscano a formare il nostro gusto estetico; qui vorrei invece dimostrare come la nostra esperienza possa influire sull’interpretazione che diamo alle fotografie, e su come la stessa possa venire orientata da chi quelle immagini le realizza.
Poniamo come esempio la foto di un capannone industriale dismesso; la nostra reazione iniziale potrebbe (non è scontato per tutti) essere di disgusto. Veniamo colpiti dall’impressione di degrado che quella costruzione fatiscente ci trasmette. Poi sopraggiunge l’immaginazione, guidata dalla nostra esperienza e formazione culturale; potremmo immaginare quindi che nel capannone abbandonato si svolgano loschi traffici, oppure vi trovino riparo vagabondi e derelitti. Qui è solo la nostra immaginazione a lavorare, la foto ovviamente non ci mostra nulla di tutto questo.

L’esempio che abbiamo visto lascia ovviamente una certa libertà all’osservatore; la reazione di quest’ultimo dipenderà esclusivamente dai suoi trascorsi, non sarà certo il fotografo a orientarla. Se pensiamo però che l’immagine del capannone, magari inserita tra le foto esposte in una mostra a tema, possa essere corredata di opportuna didascalia, capiamo facilmente quale sia il potere del fotografo.
L’inserimento dell’immagine in una serie, le didascalie e la stessa reputazione che l’autore si è fatto possono contribuire a creare un significato aggiuntivo per una foto che, al netto delle sensazioni che provoca, non ha altro significato di ciò che mostra.

Paesaggio scozzese illuminato dal sole (Foto di Murilo Gomes da Unsplash)

Nell’ambito pubblicitario il rapporto tra fotografia e realtà subisce un’ulteriore forzatura. Nel realizzare, ad esempio, foto di promozione turistica per una località scozzese, non solo si cerca il punto di ripresa più spettacolare per farle, ma si attendono pure le migliori condizioni meteo e di luminosità. Poco importa se, magari, in quel posto piove spesso; le foto mostreranno paesaggi e monumenti illuminati dal sole, visto che il maltempo non è invitante per i turisti. In questo caso però la fotografia tende a divergere dalla realtà.
Il potere ingannatore dell’immagine viene sfruttato in vari modi, e quello appena visto non è certamente il più infido. Molto peggio è stato (e viene ancora) fatto nella propaganda politica, specie dei regimi autoritari, dove l’intento è mostrare i successi del potente di turno e nasconderne i fallimenti.
Se tutto ciò fa pensare alla fotografia come a uno strumento asservito al potere (economico o politico), non bisogna però dimenticare la situazione opposta; quando il fotografo, di sua libera iniziativa, decide di sposare una causa politica o sociale e di propagandarla con le sue immagini.

Abbiamo quindi visto che una foto può essere vera o falsa rispetto al mondo reale; queste però non sono le uniche possibilità. Vi sono infatti situazioni in cui un’immagine può addirittura trascendere la realtà, andando oltre al soggetto rappresentato e diventando un’icona, un simbolo rappresentativo di un’epoca o una generazione. Nel secolo scorso è avvenuto più volte, quando una particolare situazione che faceva sentire il suo peso su gran parte del pubblico, poteva sintetizzarsi in una singola immagine. Vediamone un paio:

Migrant mother, di Dorothea Lange

Questa foto, un ritratto della bracciante agricola Florence L. C. Thompson, fu scattata da Dorothea Lange. Esponente di punta del movimento della cosiddetta “straight photography” (fotografia diretta), la Lange realizzò, durante gli anni ’30, numerose foto ritraenti immigrati, braccianti agricoli e operai, vittime della depressione economica e della desertificazione dei terreni agricoli. La foto della Thompson, madre di sette figli costretta a spostarsi da un fondo agricolo all’altro in cerca di lavoro, divenne rappresentativa di tutto il periodo della Grande Depressione così come avvenne, in ambito letterario, per il romanzo “Furore” di John Steinbeck. Se una foto del genere fosse stata scattata alcuni anni prima, o alcuni anni dopo, non avrebbe certo avuto lo stesso significato per il pubblico.

Morte di un miliziano, di Robert Capa

Su questa foto di Endre Friedmann, più noto col suo pseudonimo Robert Capa, vi fu dibattito sull’autenticità del momento colto; l’autore affermò di averla scattata a caso, senza neppure inquadrare, trovandosi in una trincea sotto il fuoco nemico. Il soggetto della foto, pur non indossando l’uniforme, è chiaramente un combattente, come si intuisce dalle giberne e dal fucile. Colto nel momento in cui venne colpito a morte, la sua posa richiama il celebre dipinto di Goya, “La fucilazione”. La Guerra di Spagna fu documentata dai media dell’epoca un po’ come, in tempi più recenti, lo furono quelle in Afghanistan o in Iraq. Se non vi fosse stato un pubblico così interessato e mobilitato rispetto alle sorti del conflitto, questa foto non sarebbe diventata un’icona di quella guerra.

Verità, finzione e trascendenza; tutte queste cose fanno parte del rapporto che la fotografia intrattiene con la realtà. Non è certo azzardato definirla una “relazione complicata”. E può esserlo ancor di più quando la foto “sfugge di mano”, per così dire, al suo realizzatore. Quando il pubblico attribuisce ad essa un significato differente rispetto alle intenzioni dell’autore. E’ una cosa più comune di quanto si possa immaginare e, se siete curiosi, potete fare un piccolo e divertente esperimento; provate a mostrare una vostra foto ad alcuni conoscenti, presi singolarmente. Chiedete loro di dirvi cosa vedono nella foto e quali impressioni gli trasmette. Probabilmente otterrete tante risposte diverse quante sono le persone a cui l’avete mostrata, e non dovrete stupirvi se nessuna di loro prova le stesse sensazioni che avete avuto voi mentre scattavate quella foto.

Alla prossima!
Alessandro "Prof. BC" Agrati  @agratialessandro

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