Uno dei temi più interessanti è legato al ruolo dell’estetica nell’arte in generale, e nella fotografia in particolare. La bellezza è qualcosa di sfuggente, non sempre definibile in modo chiaro e univoco; nonostante ciò, quando diventa motore per l’ispirazione, può dar vita a veri e propri capolavori universali. Questa contraddizione è uno degli aspetti più affascinanti del concetto di “bello”, nel quale, tuttavia, sono presenti anche dei lati oscuri.
Alessandro “Prof BC” Agrati @agratialessandro
La bellezza, infatti, non è sempre e soltanto un fattore ispirante per l’arte, ma può essere anche un mero canone a cui adeguarsi, fino a perdere la propria identità.
Alcuni anni fa avevamo fatto la conoscenza di Tatiana Cardellicchio, la cui intervista potete leggere qui. Quest’artista salentina si esprime principalmente attraverso gli autoritratti, studiando accuratamente la posa, il contesto e gli elementi da aggiungere all’immagine.
Nel seguire i suoi post di Instagram, sono rimasto colpito da alcune immagini che mi hanno lasciato molti interrogativi: ritratti in cui gli elementi principali del viso e del corpo vengono nascosti da fiori variopinti. Sebbene a una prima occhiata ci si possa soffermare sulla delicatezza dei petali, sui loro colori e sulla perfetta composizione, in seconda battuta si potrebbe provare una sensazione di disturbo; questo coprire in modo sistematico il soggetto sembra una specie di furto d’identità.
Nel seguire i suoi post di Instagram, sono rimasto colpito da alcune immagini che mi hanno lasciato molti interrogativi: ritratti in cui gli elementi principali del viso e del corpo vengono nascosti da fiori variopinti. Sebbene a una prima occhiata ci si possa soffermare sulla delicatezza dei petali, sui loro colori e sulla perfetta composizione, in seconda battuta si potrebbe provare una sensazione di disturbo; questo coprire in modo sistematico il soggetto sembra una specie di furto d’identità.
Ho scoperto in seguito che queste immagini fanno parte di un lavoro di ampio respiro, dal titolo molto evocativo: La Dittatura dei Petali. Con questo progetto l’autrice ha voluto indagare il rapporto tra identità, estetica e costruzione dello sguardo. L’idea alla base è che la bellezza, seppur seducente e desiderabile, possa esercitare una forma di potere.
Nelle immagini il fiore assume un ruolo chiave; simbolo tradizionalmente associato alla bellezza, la sua presenza nei ritratti gioca sull’ambiguità. Coprendo con i suoi petali il volto del soggetto, non solo ne altera l’identità, ma ci guida anche lo sguardo. Diventa una rappresentazione dell’estetica come norma invisibile, che decide cosa dobbiamo guardare e cosa ci deve piacere.
Nelle immagini il fiore assume un ruolo chiave; simbolo tradizionalmente associato alla bellezza, la sua presenza nei ritratti gioca sull’ambiguità. Coprendo con i suoi petali il volto del soggetto, non solo ne altera l’identità, ma ci guida anche lo sguardo. Diventa una rappresentazione dell’estetica come norma invisibile, che decide cosa dobbiamo guardare e cosa ci deve piacere.
Mi è capitato spesso di riflettere su quest’ultimo aspetto partendo da situazioni legate al quotidiano, alcune decisamente banali, ma ad ogni modo indicative: per esempio, leggendo in rete le pubblicità di cliniche per chirurgia estetica, nelle quali si batteva sul tasto dell’aspetto come fattore decisivo per avere una vita felice e piena. Pensiamo a quante persone ricorrono a espedienti di ogni sorta per adeguare il proprio aspetto a ciò che viene ritenuto bello: trapianti di capelli, botox, cure dimagranti e regimi alimentari “speciali”.
Restando nel campo della fotografia, si provi a pensare a quante volte i canoni estetici ci portano a fare determinate scelte: nella composizione, nella post-produzione, nell’illuminazione del soggetto, perché abbiamo visto decine di volte immagini realizzate in tal modo. Oppure, più semplicemente, nell’acquistare la fotocamera l’abbiamo scelta in base all’estetica che va di moda.
Restando nel campo della fotografia, si provi a pensare a quante volte i canoni estetici ci portano a fare determinate scelte: nella composizione, nella post-produzione, nell’illuminazione del soggetto, perché abbiamo visto decine di volte immagini realizzate in tal modo. Oppure, più semplicemente, nell’acquistare la fotocamera l’abbiamo scelta in base all’estetica che va di moda.
Ma a seguire sempre queste norme invisibili, non si rischia di perdere la nostra identità?
L’essere umano, animale sociale, ha bisogno di vivere assieme agli altri. Questo lo porta necessariamente a uniformarsi a determinate regole sociali, in assenza delle quali la convivenza sarebbe impossibile. Nello stesso tempo, ogni essere umano ha una sua individualità che coltiva e sviluppa. Queste due spinte, quella sociale e quella individuale, possono andare in disaccordo, e abbiamo numerosi esempi storici in cui si è cercato di imporre all’individuo l’adeguamento assoluto a determinati canoni sociali, definiti di volta in volta come sacri, identitari o addirittura universali.
L’essere umano, animale sociale, ha bisogno di vivere assieme agli altri. Questo lo porta necessariamente a uniformarsi a determinate regole sociali, in assenza delle quali la convivenza sarebbe impossibile. Nello stesso tempo, ogni essere umano ha una sua individualità che coltiva e sviluppa. Queste due spinte, quella sociale e quella individuale, possono andare in disaccordo, e abbiamo numerosi esempi storici in cui si è cercato di imporre all’individuo l’adeguamento assoluto a determinati canoni sociali, definiti di volta in volta come sacri, identitari o addirittura universali.
Il lavoro di Tatiana Cardellicchio coglie alcuni di questi aspetti; infatti, ci dice che anche la bellezza può diventare potere, producendo regole da seguire. Non ci vuole molto però, affinché il potere, seppur apparentemente gentile e delicato come un fiore, possa diventare oppressivo. In particolare, quando a decidere cosa sia “bello” non siamo noi in autonomia, ma il nostro sguardo e la nostra sensibilità vengono guidati in modo sottile ma preciso: dalla pubblicità, dalle mode del momento, dall’opinione dei nostri conoscenti, dalle immagini che siamo abituati a vedere. Noi crediamo di decidere, ma in realtà non facciamo che seguire la corrente. Per non scontentare quello che sembra il canone dominante, per non sembrare ridicoli agli occhi degli altri.
E quando i fiori si prendono tutto, cosa ne rimane della nostra individualità?
Il “Regime Estetico” non ha il pallino dell’inclusività, ma piuttosto quello della censura: i petali abbracciano, enfatizzano, fanno sentire al sicuro; ma nello stesso tempo nascondono ed escludono ciò che non si può vedere. In modo garbato ed elegante, ma efficace, ci dicono dove e cosa guardare.
La Dittatura dei Petali non si basa su rumorosi proclami, ma su direttive che s’impongono senza trovare ostacoli, perché sembrano la cosa più naturale da fare. E quando ti accorgi di cosa sta accadendo, è già troppo tardi.
E quando i fiori si prendono tutto, cosa ne rimane della nostra individualità?
Il “Regime Estetico” non ha il pallino dell’inclusività, ma piuttosto quello della censura: i petali abbracciano, enfatizzano, fanno sentire al sicuro; ma nello stesso tempo nascondono ed escludono ciò che non si può vedere. In modo garbato ed elegante, ma efficace, ci dicono dove e cosa guardare.
La Dittatura dei Petali non si basa su rumorosi proclami, ma su direttive che s’impongono senza trovare ostacoli, perché sembrano la cosa più naturale da fare. E quando ti accorgi di cosa sta accadendo, è già troppo tardi.
Questo progetto fotografico non si esaurisce qui, ma ci porta a una riflessione più ampia; non parla solo di imperativi silenziosi, ma anche di resistenza. Quanto la bellezza è una maschera che si è costretti a portare, prima o poi potremmo sentirne tutto il peso; la fragranza dei fiori, per quanto possa essere gradevole, presto o tardi può diventare soffocante.
Così come il potere dei fiori si esercita silenziosamente, anche la lotta contro di esso avviene in modo impercettibile. È disobbedienza nelle piccole cose, in una risposta volutamente diplomatica: “Si, bello, ma non è il mio genere…” Decidere dove posare lo sguardo diventa un atto di rivolta. Riusciremo a vedere quello che i petali ci vogliono nascondere?
Potremmo pensare tutto questo come a una metafora, quella dell’evoluzione del nostro gusto estetico verso una visione più matura e indipendente, con la quale potremmo anche dire di no ai fiori, pur se i loro colori sono sgargianti, e dietro di loro, sotto sotto, ci sentiamo al sicuro.
Così come il potere dei fiori si esercita silenziosamente, anche la lotta contro di esso avviene in modo impercettibile. È disobbedienza nelle piccole cose, in una risposta volutamente diplomatica: “Si, bello, ma non è il mio genere…” Decidere dove posare lo sguardo diventa un atto di rivolta. Riusciremo a vedere quello che i petali ci vogliono nascondere?
Potremmo pensare tutto questo come a una metafora, quella dell’evoluzione del nostro gusto estetico verso una visione più matura e indipendente, con la quale potremmo anche dire di no ai fiori, pur se i loro colori sono sgargianti, e dietro di loro, sotto sotto, ci sentiamo al sicuro.
“La Dittatura dei Petali” ha vinto il premio IPFA 2025 e, prossimamente, vi saranno altre esposizioni, anche a livello internazionale. In questo articolo potete vedere alcune delle immagini che compongono la serie (ringraziamo l’autrice per avercele fornite), se vi sono piaciute, vi consiglio tener d’occhio il profilo Instagram di Tatiana, dove potrete visionare altri suoi lavori e restare aggiornati sulle prossime mostre.
A presto!
A presto!
>> Link elenco Reflexioni <<



Commenti
Posta un commento
Nel lasciare i commenti vi invitiamo a utilizzare un linguaggio adeguato. Qualora dovessimo ritenere che un commento possa essere in qualche modo offensivo saremo costretti ad eliminarlo.